Storie del Ponente Ligure

Adelasia e Aleramo: la leggenda della fondazione di Alassio

L’amore è un bellissimo fiore, ma bisogna avere il coraggio di coglierlo sull’orlo di un precipizio.

Stendhal

Siete stanchi di raccontare ai bambini le solite favole su lupi cattivi e improbabili streghe, che di notte non li fanno dormire? Se la risposta è si, provate questa fiaba appassionante che affonda le sue radici nella storia medievale della Liguria e del Piemonte. Scoprirete la leggenda romantica della nascita di Alassio e dormirete finalmente sonni tranquilli…

C’era una volta un nobile chiamato Aleprando che viveva in un castello in mezzo ai boschi della Sassonia, nel cuore di quel paese che oggi viene chiamato Germania. Era sposato con una donna di pari nobiltà, il cui nome si è perso nei secoli.

I due si volevano un gran bene e vivevano felici e sereni: il loro unico cruccio era che faticavano ad avere un bimbo. Decisero così di chiedere questa grazia a Dio, facendo un voto: se fosse arrivato l’erede tanto desiderato sarebbero andati in pellegrinaggio a Roma, e avrebbero pregato sulle tombe degli Apostoli.

La grazia non tardò ad arrivare. Appena il tempo lo permise, Aleprando e la moglie si misero in viaggio per rispettare il voto, anche se la donna era già avanti con la gravidanza. Dopo poco più di metà cammino giunsero nei territori della contea di Acqui quando la donna era ormai sul punto di partorire.

La coppia trovò riparo nell’abbazia di Santa Giustina, fondata vicino al borgo di Sezzadio da Liutprando, un grande re dei Longobardi. Dopo poche ore nacque un bel maschietto e il nobile Aleprando chiese ai signori di quelle terre di essere i suoi padrini. Gli fu suggerito di dare al bimbo il nome di Aleramo, come buon auspicio, perché “aler” in piemontese antico significava “allegro“.

Passò circa un mese. Aleprando e la moglie decisero di mettersi nuovamente in cammino per andare nella Città Eterna a rendere omaggio per la grazia ricevuta. Il piccolo Aleramo non poteva affrontare il viaggio, così venne lasciato con la balia nel castello dei nobili del luogo.

Ma la tragedia purtroppo era in agguato.

I genitori di Aleramo raggiunsero Roma, onorarono le tombe degli Apostoli ma non tornarono mai più a Sezzadio. Sulla via del ritorno qualcosa andò storto e di loro non si seppe più nulla: forse morirono di malattia, forse vennero uccisi. Aleramo non li avrebbe mai più rivisti. 

La balia attese invano il ritorno dei suoi padroni per tre anni, poi anche lei morì. Aleramo ora era solo al mondo. In Sassonia non aveva parenti, nessuno lo avrebbe riconosciuto e probabilmente qualcuno aveva già messo le mani sugli averi della sua famiglia. Per sua fortuna i signori di Sezzadio erano nobili d’animo e non solo di casata, così decisero di crescere Aleramo come se fosse uno dei loro figli.

Gli anni passavano e Aleramo diventava forte nel corpo e nello spirito. Tutti invidiavano la sua bellezza e il suo coraggio, ma il giovane veniva lodato anche per l’intelligenza e il carattere gentile. A quindici anni divenne scudiero di uno dei nobili che lo aveva allevato.

In quegli anni turbolenti Ottone, imperatore del Sacro Romano Impero, dominava su gran parte dell’Italia del Nord. Capitava spesso però che alcune città gli si rivoltassero contro: una di quelle che creavano più problemi era senz’altro la fiera Brescia. L’imperatore scese così in Italia con il suo esercito per domare la rivolta, ma la situazione si dimostrò più difficile del previsto. Ottone, in difficoltà, fu costretto a mandare una richiesta di aiuto in uomini e armi a tutte le città a lui fedeli.

I signori di Sezzadio risposero alla chiamata e si presentarono davanti all’imperatore insieme ad altre famiglie per rendere omaggio. Aleramo faceva parte della delegazione: quando fu davanti a Ottone venne subito notato per i suoi modi e il suo portamento. Lo stesso Ottone rimase colpito e gli domandò chi fosse. Aleramo rispose di avere sangue tedesco, ma di essere nato e cresciuto in Lombardia.

L’imperatore si commosse sinceramente quando seppe che il giovane, appena nato, aveva perso tutto: la madre, il padre e i diritti di famiglia. Decise allora di farlo entrare nella sua corte e di dargli un incarico che veniva riservato solo alle persone considerate più vicine e fedeli: avrebbe versato il vino al sovrano come suo coppiere durante i banchetti più importanti.

Aleramo non fece nessuna fatica ad abituarsi alla vita di corte. Tutti ne apprezzavano le qualità e l’impegno. Veniva però soprattutto ammirato dalle cortigiane per il suo bellissimo aspetto e la sua cavalleria. Niente di male, per carità, i problemi però iniziarono quando sul coppiere si concentrarono le attenzioni di una delle donne più importanti del palazzo.

Adelasia, o Alasia, era la figlia prediletta di Ottone. Una fanciulla bellissima che tutti i potenti dei regni vicini avrebbero voluto come sposa. Si era innamorata del giovane fin da subito: uno sguardo, una parola, e la sua attrazione per lui diventava ogni giorno più forte. Aleramo se ne accorse e ben presto sentì di provare gli stessi sentimenti. Si rendeva però conto che Ottone non avrebbe mai permesso che sua figlia si sposasse con un semplice cortigiano. E non si sarebbe mai perdonato di fare un torto ad un uomo che lo amava e che lo trattava come uno di famiglia.

I mesi passavano e l’amore tra i due ragazzi cresceva, nutrito dall’impossibilità di essere coronato. Si era anzi trasformato in qualcosa di sempre più profondo, che soffocare diventava sempre più doloroso. Adelasia alla fine non ce la fece più e confessò ad Aleramo la sua sofferenza, dicendogli che se non l’avesse rapita e portata lontano si sarebbe di certo ammalata, o peggio.

Aleramo, in lacrime, le rispose che se l’imperatore li avesse catturati sarebbero stati entrambi uccisi, che a lui non importava di morire ma che non avrebbe sopportato che venisse fatto del male alla donna che amava. Il loro legame però era diventato talmente forte che tutto il restò passò in secondo piano. La paura, il rimorso nei confronti di Ottone, l’incertezza sulla vita futura non riuscirono più a fermare i loro sentimenti e una notte senza luna Aleramo e Adelasia fuggirono insieme.

Appena seppe l’accaduto Ottone impazzì e ordinò una caccia all’uomo in tutto l’impero: i due ragazzi vennero braccati per giorni arrivando molto vicini all’essere catturati. Una volta raggiunta l’Italia, Aleramo si ricordò delle selve del monte Ardena, vicino a Garessio, un luogo sperduto dove andava a caccia con i nobili di Sezzadio, e condusse lì la sua compagna.

I due innamorati erano stanchi e affamati, ma finalmente salvi: il posto era talmente isolato e lontano dalla corte che nessuno avrebbe mai potuto rintracciarli. Aleramo lasciò Adelasia in un posto sicuro e andò a cercare qualcosa da mangiare.

Ad un certo punto vide un filo di fumo uscire dal bosco e si avvicinò: alcuni carbonai stavano lavorando intorno a una catasta di legna. Era un mestiere molto diffuso tra i boschi di castagno di quelle montagne. Il giovane chiese un po’ di cibo in cambio del suo lavoro, vedendolo così malconcio i carbonai non si fecero pregare. Aleramo promise di tornare per ricambiare la loro bontà d’animo. Dopo aver diviso il pane con Adelasia, costruì una capanna per la notte e il giorno dopo andò ad aiutare i carbonai.

Per i due giovani iniziò una nuova vita, povera ma felice. Aleramo apprese presto il mestiere di carbonaio e dopo qualche tempo iniziò a recarsi nell’antica città di Albenga per vendere il carbone. Lì comprava l’occorrente per confezionare borse e piccoli oggetti, che Adelasia era abilissima a realizzare. La figlia dell’imperatore dimostrò da subito tutta la sua forza e il suo amore, adattandosi senza problemi a una vita molto diversa da quella di corte. Con il passare del tempo i due ragazzi riuscirono a guadagnare abbastanza per costruirsi una casetta nei boschi e poco dopo nacquero dei bei bambini.

E vissero tutti fel…, calma non abbiamo ancora finito!

I figli di Adelasia e Aleramo crescevano sani e forti sulle colline dell’entroterra ligure. Quando il primogenito ebbe dodici anni, Aleramo iniziò a portarselo ad Albenga per avere un aiuto. Anche lui aveva un bellissimo aspetto come i genitori e somigliava molto al nonno. Adelasia, che pensava spesso al papà e a quanto lo aveva fatto soffrire, gli aveva messo come nome proprio Ottone.

Aleramo riforniva di carbone le cucine del Vescovo di Albenga, all’epoca signore della città e dei dintorni. Era diventato molto amico del cuoco, così ogni tanto si tratteneva a palazzo ed era ben voluto dal vescovo. L’anziano religioso prese in simpatia anche il piccolo Ottone: avendo ricevuto i voti non si era potuto fare una famiglia e non gli sembrava vero di avere un nipotino. Ben presto decise di farlo suo scudiero.

E il vecchio Ottone? La sua vita scorreva tra gli impegni importanti di un imperatore, ma alla fine della sua giornata non mancava mai un pensiero per Adelasia.

Non era ancora riuscito a superare la perdita della figlia e la rabbia si era col tempo trasformata in una dolorosa nostalgia.

Quando ormai pensava di morire senza vedere più l’Italia, alcune città si ribellarono nuovamente alla sua autorità: tanto per cambiare a capo della rivolta si era messa l’indomabile Brescia. Anche questa volta il sovrano fu costretto a chiedere l’aiuto dei suoi vassalli, tra i quali c’era anche il Vescovo di Albenga.

Il giovane Ottone dovette quindi seguire il Vescovo in guerra come suo scudiero. Il cuoco propose allora ad Aleramo di partire con lui per dargli una mano nella cucina di campo e avere la possibilità di stare vicino al figlio. I due uomini si portarono dietro un bel cavallo robusto: sembrava un animale da guerra ma invece che con le armi era bardato con gli utensili da cucina.

I bresciani erano degli ossi duri e la città resisteva. Non contenti, ogni tanto i difensori si concedevano delle sortite al limite dell’oltraggio. In una di queste una squadra armata riuscì a raggiungere il padiglione imperiale, approfittando dell’assenza dell’esercito impegnato sotto le mura. L’imperatore, protetto solo da alcuni baroni, venne addirittura inseguito per cinque miglia. Aleramo vedendo la scena saltò sul cavallo del cuoco e con l’aiuto del figlio e di alcuni compagni disturbò l’azione dei bresciani che, spaventati, tornarono in fretta e furia dentro le mura.

Aleramo fece di tutto per nascondersi perché la sua azione aveva fatto scalpore e tutto l’accampamento ne parlava. Ottone ordinò di trovare quel coraggioso servitore ma senza successo. Per sua fortuna nessuno aveva tempo per festeggiare e nemmeno per rintracciarlo.

Il giorno dopo infatti i bresciani, forse rabbiosi per lo smacco, ne tentarono un’altra delle loro. In mezzo alla battaglia si accorsero che il nipote di Ottone, uno dei cavalieri più forti di Germania, era rimasto isolato e decisero di circondarlo per rapirlo. Il primo ad accorgersi del piano fu nuovamente Aleramo che si gettò nella mischia, sempre sull’improbabile cavalcatura del cuoco, e riuscì a liberare il nobile, ricacciando ancora una volta il nemico in città.

Allora tutti si chiesero nuovamente chi fosse e da dove venisse quello strano cavaliere, che ancora una volta era riuscito a non farsi riconoscere. Qualcuno però aveva notato i movimenti di Aleramo e al Vescovo di Albenga arrivò alla fine la voce che il misterioso cavaliere era l’aiutante del suo cuoco, il carbonaio, così lo fece convocare per presentarlo a Ottone. Aleramo cercò di opporsi prendendo tempo e chiese al messaggero di dire al Vescovo che si vergognava, perché un carbonaio non era degno di essere portato al cospetto di un imperatore.

Nello stesso giorno era prevista una giostra per festeggiare le recenti vittorie. I compagni di Aleramo, lusingati di avere un amico così bravo con le armi, gli chiesero di partecipare. Sulle prime il carbonaio rifiutò, poi il richiamo del suo passato divenne troppo forte. Impugnare la spada lo aveva fatto tornare ai tempi del castello di Sezzadio, quando aspirava a diventare cavaliere.

Si camuffò alla perfezione e anche nella giostra si coprì di gloria, ma questa volta il Vescovo capì chi era e alla fine lo costrinse a rivelargli la sua identità. Aleramo, in lacrime, gli raccontò la sua storia pregandolo di non dire nulla all’imperatore, perché avrebbe fatto uccidere lui e sua moglie Adelasia.

Il Vescovo di Albenga conosceva bene Ottone e sapeva quanto dolore gli aveva causato la perdita della figlia. Si convinse che il vecchio sovrano avrebbe capito e decise di rivelargli la vera identità di Aleramo.

La rabbia dell’imperatore durò solo pochi istanti e si trasformò subito in commozione. Convocò Aleramo e suo figlio e li abbracciò, subito dopo mandò a prendere Adelasia con tutti gli altri nipoti che non aveva mai conosciuto. L’incontro con la figlia ritrovata fece piangere l’intero accampamento.

Aleramo e la sua discendenza vennero nominati cavalieri, con tanto di stemma bianco e rosso. Le feste durarono giorni e ne seguirono altre per la capitolazione definitiva di Brescia.

La corte imperiale scese in visita a Ravenna e qui Ottone diede ad Aleramo il titolo di marchese. Ma un marchese ha bisogno di una marca, cioè di una territorio da governare. Ottone disse così ad Aleramo che avrebbe avuto un territorio tra la Liguria e il Piemonte vasto quanto la distanza che sarebbe stato in grado di coprire a cavallo in tre giorni di galoppo.

Aleramo cavalcò così per tre giorni su tre cavalli diversi in giro per il basso Piemonte e la Liguria, tracciando i confini di quella che nella storia è conoscuta come marca aleramica.

Non tutto andò liscio perché ad un certo punto il cavallo di Aleramo perse uno zoccolo. Non c’erano fabbri in giro e il cavaliere non aveva gli strumenti adatti: si arrangiò con  un mattone che in dialetto si chiama MUN e con esso ferrò il cavallo (FRRHA). Da questo gesto nacque il termine MUNFRRHA, Monferrato, che ancora oggi ricorda una delle zone più importanti dell’antica marca aleramica.

Alla fine della corsa Aleramo andò a riprendere Adelasia e si stabilì con lei sul mare, in uno dei luoghi più belli del suo dominio, poco distante da Albenga e dai boschi dove i due innamorati avevano trovato rifugio.

In omaggio al nome di Adelasia, o Alasia,  era nata la città di Alassio.

E vissero tutti felici e contenti.

Se questa fiaba del Ponente Ligure vi è piaciuta, condividetela come meglio credete e fatela conoscere ai vosstri amici. Ricordatevi di fare un salto qui se non avete ancora scaricato l’ebook omaggio del blog.

Non mi resta che darvi appuntamento al prossimo articolo, grazie del vostro tempo e buona Liguria a tutti.  

Adelasia e Aleramo: la leggenda della fondazione di Alassio ultima modifica: 2017-12-09T16:15:34+00:00 da Alberto Berruti