Storie del Ponente Ligure

Liguria sotto attacco! Le incursioni dei pirati Barbareschi

Avete mai notato la presenza di un gran numero di torri o piccoli forti in pietra sul litorale e nei paesi dell’immediato entroterra?

Alti spesso anche diversi metri, danno l’impressione di essere disposti e collegati visivamente tra loro per controllare la costa.

A quando risalgono? A cosa serviva un così capillare sistema difensivo? Quale pericolo così temibile veniva dal mare?

Immaginate di trovarvi in un paese qualsiasi della Riviera Ligure tra maggio e ottobre, nel periodo caldo insomma, è ora di andare a dormire ma siete irrequieti.

Il problema è che siete coscienti della concreta possibilità che il vostro sonno venga interrotto da un manipolo di soldati provenienti dal mare, con l’intenzione di rubare tutto ciò che possedete, rapirvi e portarvi in Nord Africa come schiavi!

Sapete anche che, se siete in buona forma, potreste venire inseriti in un pacchetto vacanze permanente sul Mediterraneo, incatenati al un remo di una galea, mentre le signore potrebbero trovare collocazione stabile nell’harem di qualche califfo…

 

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Messa così sembra uno scherzo, ma questo era probabilmente lo stato d’animo di qualsiasi donna o uomo ligure prima di coricarsi tra inizio Cinquecento e metà abbondante del Seicento, quando la nostra regione era alle prese per gran parte dell’anno con le incursioni dei pirati turco-barbareschi.

Un secolo e mezzo di paura e insicurezza che la storia insegnata a scuola tocca molto indirettamente, ma di cui rimane testimonianza nelle costruzioni difensive e in qualche modo anche in una sorta di memoria collettiva legata alla tradizione.

Ricordo con simpatia un bidello delle elementari vicino alla pensione, era un po’ il nonno di tutti noi bambini. Quando facevamo finta di aggredirlo, lui alzava le mani in segno di resa e ci diceva una frase in dialetto che tradotta significa “Signor Turco, mi arrendo!”, equivalente alla famosa esclamazione meridionale “Mamma li Turchi!”.

D’altronde anche Hollywood si è ricordata di citare i Barbareschi inserendoli nel terzo episodio di Pirati dei Caraibi…

Com’era stato possibile arrivare a questa insostenibile situazione di pericolo per la popolazione ?

Cominciamo con una precisazione: molto spesso si confondono i pirati barbareschi con i Saraceni, questo secondo termine va invece usato per idenficare i protagonisti delle invasioni arabe precedenti all’anno 1000, quelle per capirci che erano culminate con l’occupazione della Spagna.
La storia che vi sto per raccontare inizia molto tempo dopo.

Nel 1453 Costantinopoli cade per mano dei Turchi Ottomani, prendendo il nome di Istanbul. Dopo questa strategica conquista, l’Impero della Mezzaluna si afferma a poco a poco come potenza egemone nel Mediterraneo, attraverso il controllo delle coste orientali e soprattutto di quelle nordafricane, la zona che allora veniva chiamata appunto Barberia.

 

Solimano I detto il Magnifico

Solimano I detto il Magnifico

 

Obbiettivo del Sultano non è solo espandere i propri territori ma anche diffondere l’Islam e colpire la Cristianità, in una sorta di guerra santa permanente.
Proprio Tripoli, Tunisi, Algeri diventano il covo e il punto di partenza prediletto delle navi dei pirati barbareschi che, con il benestare del governatore locale, seminano il panico in mare e in terra.

Oltre a ricevere quote di bottino dalle scorrerie, l’Impero Ottomano ottiene numerosi vantaggi indiretti: indebilire le economie europee, danneggiare luoghi di culto cristiani, mantenere nel terrore le popolazioni.

Tra fila della marina turca è sempre più difficile distinguere tra le navi pirata e le navi da guerra vere e proprie: spesso gli abilissimi capitani delle prime diventano poi ammiragli delle seconde facendo una rapida e sfolgorante carriera.

 

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Come si muovevano questi terribili predoni?

I pirati barbareschi di solito attaccavano soltanto durante la bella stagione, preferendo utilizzare imbarcazioni veloci e relativamente leggere che mal sopportavano il mare grosso.

Spesso circumnavigano la Sicilia, altre volte passavano direttamente attraverso lo stretto di Messina, iniziando poi con il saccheggio delle coste del Tirreno meridionale. Risalendo lo stivale, arrivavano infine al mar Ligure, stando attenti ad evitare la potente Genova.

Un’altra rotta possibile, resa appetibile dai molti punti di rifugio, era quella lungo le coste di Sardegna e Corsica.

Le incursioni avevano come obbiettivo non solo il saccheggio ma soprattutto, elemento ancora più penoso, il rapimento di persone da ridurre in schiavitù e da usare per chiedere riscatti.

I pirati barbareschi amavano colpire i paesi costieri all’alba o durante la notte, per sorprendere i locali nel sonno.

L’addestramento militare gli consentiva di essere rapidi ed efficaci anche nell’oscurità, spesso scendevano dalle navi anche un migliaio di uomini che sapevano muoversi in modo perfettamente organizzato e si spingevano senza problemi anche per diversi chilometri nell’entroterra.

 

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Le cronache parlano di numeri allucinanti, paesi interi decimati in poche ore e ridotti a villaggi fantasma.

Vi faccio solo qualche esempio per dare l’idea delle dimensioni di questa vera e propria piaga: nel 1546, a Laigueglia, i pirati prelevano 250 persone su una popolazione di circa 350; nel 1551, a Riva Ligure, rapiscono quasi tutti gli abitanti; nel 1637, periodo di relativo esaurimento del fenomeno, 340 persone vengono deportate da Finale Ligure e una ventina uccise sul posto!

Nei paesi poco protetti avvistare una flotta corsara significava dover fuggire, spesso la gente doveva abbandonare, oltre ai pochi beni materiali, le persone malate e gli anziani, ben sapendo di lasciarli a morte certa perché inutili al lavoro o al riscatto.

Possiamo solo lontanamente immaginare il loro stato d’animo…

Quando si sentivano particolarmente sicuri, i pirati si fermavano addirittura sulle spiagge prima di ripartire, aspettando eventuali familiari decisi a trattare subito i riscatti. Più spesso gettavano l’ancora a poca distanza dalla costa issando una bandiera nera che segnalava la loro intenzione di effettuare le eventuali transazioni a bordo, nel rispetto degli intermediari.
Chi non poteva pagare veniva portato schiavo in Africa e del suo riscatto si sarebbe trattato in seguito, anche dopo molti anni.

Qual’era il destino degli abitanti rapiti?

La loro prima destinazione erano i cosiddetti bagni, non certo località termali ma terribili luoghi di detenzione di massa in cui sopravvivere era impresa ardua.

Scarsità di cibo, totale mancanza di igiene e ogni genere di maltrattamento da parte dei carcerieri erano all’ordine del giorno.

In particolare i detenuti venivano quotidianamente minacciati o picchiati per indurli ad abiurare la fede cristiana.I più fortunati, se avevano le competenze per eseguire lavori particolari, potevano essere utilizzati fuori dai bagni come schiavi.

Per tutti le condizioni erano critiche, chi non moriva di stenti veniva portato via dalle numerose epidemie.

 

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Per sfuggire a questo stato penoso, le possibilità erano due: venire riscattati o, come abbiamo detto, decidersi ad abiurare la fede cristiana.

Sembra strano ma, in un epoca che immaginiamo così poco globalizzata rispetto ad oggi, si riusciva perfettamente a comunicare tra i due continenti, seppure con molta lentezza, per organizzare i riscatti. A muoversi erano in primis ovviamente le famiglie ma non mancava mai il supporto dell’intero paese con punto di riferimento la parrocchia.

Tramite raccolte, elemosine ma anche lasciti testamentari, venivano con fatica raccolte le somme necessarie.

Avete mai notato nelle processioni di paese, soprattutto quelle della settimana di Pasqua, la presenza di laici con tuniche colorate e cappucci? Di solito sono membri delle Confraternite, particolari associazioni formatesi nel periodo di cui stiamo parlando che ricoprivano un ruolo sia economico che negoziale molto importante proprio nell’ambito della liberazione dei rapiti.

Molte volte partivano per l’Africa direttamente i parenti dei malcapitati, ma spesso era necessario rivolgersi a intermediari. E’ inutile dire che le operazioni di riscatto per loro natura erano difficili, non proprio transazioni tra gentiluomini insomma. Il giro di denaro era elevato ed era facile mettersi nelle mani sbagliate, finendo per perdere i soldi o non riuscire a liberarare il familiare detenuto.

Le cronache dei riscatti raccontano che molte volte venivano riportati in Africa prigionieri turchi, quindi anche gli europei non erano estranei alla pratica del rapimento che però di solito avveniva sul mare, cioè senza sbarchi.

E’ quindi sicuramente necessario uscire da una logica buono-cattivo: anche gli europei praticavano la pirateria ai danni dei musulmani anche se l’argomento ovviamente non è mai stato molto affrontato dagli studiosi. Di sicuro molte navi europee facevano la “corsa” contro navi mercantili turche cioè, come dicevamo prima, le assalivano in mare.
Il Mediterraneo dell’epoca insomma non era un posto adatto alle crociere!

 

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I religiosi, soprattutto frati, svolgevano un ruolo fondamentale nell’alleviare le sofferenze dei reclusi. Venivano infatti organizzate vere e proprie missioni umanitarie più o meno tollerate dai Barbareschi, che servivano anche ad informare le comunità della situazione dei prigionieri. Di solito non si occupavano direttamente di riscatti, ma se era necessario svolgevano anche il compito di intermediari.

La Repubblica di Genova si inizia ad interessare di questa problematica solo verso la fine del ‘500, chiedendo ai vari paesi di fornire elenchi degli schiavi deportati e istituendo la figura del Magistrato per il riscatto degli schiavi, che controllava le trattative e cercava di farsi carico dei casi dei più disperati che non avevano soldi o parenti.

Chi non veniva riscattato aveva forse solo un’altra possibilità di sopravvivere, una scelta spesso difficile.

Dopo anni di torture sia fisiche che psicologiche, perse le speranze di essere riscattati, molti finivano per diventare musulmani.

Oltre a porre termine alle proprie sofferenze, chi si rinnegava otteneva vantaggi davvero sorprendenti.

Dopo la conversione il prigioniero diventava membro della nuova comunità a tutti gli effetti ed aveva la possibilità di ambire, se ne aveva le capacità, a qualsiasi posizione sociale.

La società musulmana rispetto a quella cristiana, soprattutto cattolica, era estremamente meritocratica e poco gerarchizzata: chi dimostrava il proprio valore non aveva limiti.

 

Ulugh Alì, terrore del Ponente e grande protagonista a Lepanto

Ulugh Alì, terrore del Ponente e grande protagonista a Lepanto

 

Il corsaro Ulugh Alì ad esempio, era un calabrese catturato da giovane che si era convertito, diventando negli anni uno dei più importanti ammiragli della flotta turca. Il padre del più grande ammiraglio turco di sempre, il Barbarossa, era anch’egli un greco che si era rinnegato. Tantissimi convertiti diventavano senza problemi funzionari importanti.

Purtroppo però, il passaggio da prigioniero a “cittadino” turco comportava quasi sempre un penoso tradimento verso la propria vita passata. Il convertito doveva dare una dimostrazione di buona fede che solitamente consisteva nel partecipare a qualche incursione contro le terre d’origine.

La grande organizzazione di cui i Barbareschi davano prova durante le loro sciagurate imprese era dovuta anche alle preziose informazioni date dai rinnegati, che conoscevano i litorali, gli approdi e il territorio.

Come si organizzavano le comunità costiere per difendersi dagli attacchi? Perché non riuscivano a opporsi in maniera efficace? Ovviamente fin dall’inizio si era cercato di correre ai ripari ma le difficoltà erano notevoli.

Genova come abbiamo visto veniva evitata dai pirati per la sua potenza navale: inizialmente la Superba si limitava così a controllare solo i punti strategici dei propri domini, senza curarsi troppo delle sorti sia del Tirreno che delle sue dirette dipendenze liguri.

Dopo il 1540, tra l’altro, la situazione era peggiorata a causa dell’intesa tra la Francia e l’Impero Ottomano, in funzione anti-spagnola.

 

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Nel 1543 infatti l’ imponente flotta turca comandata dal grande Khayr al-Dīn detto il Barbarossa entrava nello stretto di Messina, seminava il panico in Italia meridionale e risaliva la penisola per andare a conquistare Nizza (allora dei Savoia e non francese), anche la stessa Genova in questo caso era costretta a pagare per non venire attaccata.

Tutto questo accadeva curiosamente mentre il genovese Andrea Doria era schierato molto più a ovest a proteggere i suoi “datori di lavoro” spagnoli in qualità di ammiraglio imperiale.

Aldilà di questo episodio incredibile, più di guerra che di pirateria, gli approdi francesi in base a questa alleanza erano diventati una sorta di porto franco per i Barbareschi che negli anni seguenti, dopo aver saccheggiato la Liguria, si ripareranno spesso lì.

Genova dopo questo episodio inizia a muoversi con maggiore decisione, ma viene fatto molto meno del necessario.

Si decide di organizzare un pattugliamento in mare che dopo meta del ‘500 viene posto sotto il controllo del cosiddetto Magistrato delle galee. Le imbarcazioni messe effettivamente in mare sono però un quarto di quelle previste e questo servizio di difesa ha poco effetto.

Fin dall’inizio delle scorrerie la Repubblica di Genova raccomanda alle comunità costiere di munirsi di torri d’avvistamento, mura e fortilizi ma solo negli ultimi tre o quattro decenni del ‘500 si appronta effettivamente una difesa costiera degna di questo nome, che si rivelerà alla fine fondamentale.

 

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La Repubblica non è prodiga di aiuti in denaro ma invia ingegneri militari per completare le opere e soprattutto commissari per organizzare la protezione dei vari nuclei abitati. Questi ultimi si trovano però quasi sempre in difficoltà.

Nonostante il pericolo, le diverse comunità sono sempre molto restie alle ingerenze della mai troppo amata Genova e molto sospettose nei confronti dei suoi emissari. Per la verità i paesi della costa sono spesso anche divisi tra loro per motivi geografici, sociali e culturali e perfino al loro interno. Questa situazione comporta inutili perdite di tempo e risorse che si traducono in perdite di vite umane.

Le divisioni rendono ardua la creazione e l’organizzazione di gruppi di difesa armati di terraferma, utile supporto alle fortificazioni e al pattugliamento navale: anche in questo caso i commissari devono scontrarsi con l’opposizione dei notabili locali, che non vedono di buon occhio la loro autorità e che peraltro a volte hanno sponsors politici importanti anche a Genova.

Le cronache delle incursioni sono interessanti perché mettono in luce come per i pirati spesso non sia così facile portare a casa il bottino. Soprattutto a partire da metà Cinquecento, iniziano a doversi scontrare con città meglio difese e con persone più determinate.

Molte volte sono costretti a fuggire limitandosi a colpire solo le abitazioni isolate, curiosamente cercano sempre di portare via il maggior numero possibile di feriti il cui abbandono è visto come grande segno di debolezza: non vogliono che il nemico possa contare le loro perdite.

 

La Battaglia di Lepanto dipinta da Paolo Veronese

La Battaglia di Lepanto dipinta da Paolo Veronese

 

Nel 1571 un episodio della “grande storia”, la Battaglia di Lepanto, migliora decisamente la situazione delle coste liguri per almeno una decina d’anni.
La disfatta navale segna un momento di grande crisi dell’Impero Ottomano che perde gran parte della sua terribile flotta. Le divisioni nel fronte cristiano non permetteranno però di dare il colpo decisivo ai Turchi e nel giro di pochi anni il Sultano riuscirà a riorganizzare le fila della sua macchina bellica.

Gli attacchi ai paesi costieri riprenderanno così vigore e finiranno solo a metà del 1600, quando ormai le torri di avvistamento sono numerose e ben coordinate e lo sviluppo di armi da fuoco affidabili, cannoni e simili, rende difficile lo sbarco.

Per i pirati venire colpiti significa andare incontro a morte certa o essere catturati quindi l’attacco diretto via terra diventa sempre meno vantaggioso, il gioco non vale più la candela insomma.

Anche i Barbareschi inizieranno a prediligere così gli assalti ad altre navi, la cosiddetta corsa, fenomeno che durerà addirittura almeno fino alla metà dell’Ottocento…

Spero che questo viaggio nel Mediterraneo tra il ‘500 e il ‘600 via sia piaciuto e che abbiate scoperto una storia che non conoscevate.

Ora quando vedrete le torri anti barbaresche penserete sicuramente a quanto movimentata doveva essere la vita in quel periodo e a quanti pericoli la gente era costretta ad affrontare!

E mi raccomando, dormite sonni tranquilli, il pericolo è passato…

Liguria sotto attacco! Le incursioni dei pirati Barbareschi ultima modifica: 2016-02-22T19:55:10+01:00 da Alberto Berruti